Comunicazione Importante - Covid-19: CLICCA QUI

Street Food: l’amore che passa dalla pancia - Prima Parte

Se è vero che per conoscere, realmente, un luogo è necessario visitarlo, è anche vero che non si può visitare un luogo senza gustarne la cucina tipica.

È in occasioni come quella dello Street Food Fest che la strada diventa tavola imbandita e il clima di gioia e convivialità, sotteso all’evento, contribuisce a creare un’atmosfera di condivisione profonda.
A tavola, infatti, per il siciliano, non esistono differenze o discriminazioni: la tavola è un luogo sacro dal quale sono bandite le tristezze della vita, la fame e la miseria.
Per questo, lo street food palermitano è un inno perenne alla gioia e, per questo, ogni piatto si carica di un significato simbolico che va oltre la sua preparazione.

L’odore di fritto, che caratterizza il nostro cibo di strada, non è solo un odore: è un richiamo alla vita.
E il siciliano lo sa.
Il profumo dell’olio bollente, che si sviluppa agli angoli delle strade, è un modo con cui il siciliano ricorda a se stesso che la sua terra, anche se è sotto pressione ed esposta alle massime temperature, come per magia, riesce sempre a partorire qualcosa di buono.

C’è il calore del sole in un piatto di panelle e “cazzilli” e tra il riso delle arancine si nasconde la bellezza sempre eterna del rito della luce.
Dentro un’arancina pare che si annidi l’amore per una terra che frigge, che ti ustiona se non sai assaporarla e che, però, se hai capito come afferrarla, ti consente di prenderla per i fianchi e morderla fino al cuore.

Tra la semplicità della “rascatura” si annida la cura per gli avanzi.
Questo cibo di strada è il simbolo del rispetto per ciò che rimane di una portata principale, perché qui in Sicilia, gli sprechi e gli sperperi culinari non sono ben graditi.
La rascatura ci ricorda che la ricchezza è vera ricchezza solo se sa custodire ciò che resta di un piatto, di un giorno appena passato e, talvolta, di una vita.
È il simbolo di una Sicilia che, fino alla fine, cerca di salvare tutto quello che può di se stessa e, pur di non lasciare senza cibo i suoi figli, dà fondo a tutte le sue risorse.

Mangiare un piatto di “quarume”, invece, non è soltanto cibarsi di frattaglie.
No. Farsi servire un piatto come questo è, soprattutto, sperimentare un salto nel vuoto: sotto la “mappina” che copre la pentola, dentro la quale le interiora vengono cotte, non si sa mai cosa ci sia di preciso, eppure, per gli appassionati di street food, questa è un’esperienza di gusto, imprescindibile.
Chiedere di poter avere della questo cibo, ai confini tra la leggenda e il mito, significa creare con il venditore ambulante un tacito patto di amicizia, perpetuare una fede comune, difendere il sapore della scoperta.
Mangiare “quarume”, infatti, è un po’ come assaggiare il gusto della fiducia reciproca: la stessa fiducia che chiede la Sicilia, a chi la visita per la prima volta.
Ma mangiare “quarume” è anche voler scegliere l’incerto per il noto: è addentrarsi tra la semplicità di una terra che, agli occhi di chi la guarda, appare, ogni giorno sempre nuova e imprevedibile, accettando il rischio di non riuscire ad abbracciarla tutta.

Sì, è così: ogni cibo di strada, tra le vie di Palermo è una storia d’amore, di abbandono alla scoperta e di gioia inesplosa.
Ogni angolo, ogni vicolo, ogni piazza racconta un pezzo di Sicilia e lo racconta con la grazia poetica di un alimento, a dimostrazione che l’amore, qui da noi, passa dalla pancia e che per descrivere la nostra bella isola, a volte, servono meno parole e più profumi.